Crisi dei 50 anni

LA DEI ANNI

Ogni fase della vita ha le sue sfide e le sue difficoltà. Alcune fasi evolutive sono, per loro stessa natura, più difficili di altre.
Una fase complicata, ad esempio, è l’adolescenza. Diventare grandi è difficile. Questo non vale solo per gli adolescenti che si affacciano ad un mondo adulto e tentano di affrontarlo da adulti pur non essendolo ancora completamente.
Vale anche per gli over-fifties, quegli adulti che fanno i conti, ad un certo punto, con il fatto che non hanno più una vita intera davanti e che devono fare un bilancio di ciò che hanno costruito o che non sono riusciti a costruire. I sono un secondo giro di boa, rispetto al primo rappresentato dall’adolescenza. Il bilancio che si è costretti a fare a quest’età non è sempre semplice e il risultato può determinare momenti di crisi anche profonda. Accorgersi che ciò che avremmo voluto avere nella nostra vita non lo abbiamo avuto e chissà se lo avremo mai può portare le persone a ingaggiarsi in disperati tentativi di “tornare indietro” nel tempo.
La cosiddetta “sindrome di Peter Pan” è una forma di evitamento del tempo che avanza, in alcuni casi, in altri casi qualcosa di più complesso.

Che cos’è che intorno ai 50 anni tipicamente accade e può scatenare la “crisi”?

Il “nido vuoto”

Intorno ai 50 anni le coppie si ritrovano all’improvviso senza figli intorno dopo una vita intera passata a prendersene cura. Ci si trasforma, dunque, dall’essere genitori full time (o quasi) all’esserlo, se va bene, nei weekend o nelle feste comandate. I figli hanno bisogno di noi ma a distanza, le loro vite sono altrove, fuori da casa nostra e se fino a qualche anno prima si faceva fatica a trovare del tempo per dedicarsi a noi stessi, ad un certo punto il tempo è decisamente “troppo”. Essere genitori, però, è molto più che una serie di cose da fare per i nostri figli. Essere genitori, con gli anni, diventa parte della nostra stessa identità ed è una parte faticosa ma bellissima. Donne e uomini che hanno dei figli imparano a pensare a sè stessi come mamme e papà ed accorgersi, ad un certo punto, che i propri figli sono adulti e non hanno più bisogno della protezione, della cura e del conforto dei propri genitori così come era fino a qualche anno prima è devastante, significa prendere un pezzo di sé stessi e doverlo stravolgere, cambiare, ristrutturare fino a fargli trovare una forma nuova e positiva. Non è affatto semplice. Non lo è, lo ripeto, in particolare per tutti coloro che hanno tratto profonda gioia e significato identitario dall’essere genitori. Il rischio, nel non riuscire a trovare una nuova dimensione umana e identitaria, è quello di rimanere ancorati a modelli e schemi che non funzionano più e trasformarsi in genitori onnipresenti e iperinvischiati nelle vite dei propri figli ormai adulti.

La carriera

La vita media si è notevolmente allungata negli ultimi anni e questo vale anche per la vita lavorativa. Nonostante questo, intorno ai 50 anni, in genere, ci si aspetta di poter capitalizzare ciò che si è costruito in anni di lavoro. Ci si aspetta che il ruolo professionale che abbiamo sia quello che avremmo voluto da giovani, ci si aspetta che i soldi che guadagniamo siano quelli che avevamo immaginato che avremmo guadagnato, ci si aspetta, insomma, di poter “stare tranquilli” e non ci si immagina (o per lo meno non ci si augura) di dover ricominciare. Quello che può accadere, oggi più che mai, è che il bilancio lavorativo di un cinquantenne non sia positivo. Può accadere di essere stati scalzati nella corsa verso una promozione da ragazzi meno esperti ma più freschi e veloci. Può accadere, indipendentemente dal ruolo che si ricopre, di lavorare in aziende dove si privilegiano forze nuove e dove gli over fifties vengono visti come “zavorra”. Può accadere, ancora peggio, di perdere il lavoro e dover ricominciare tutto daccapo. Quale che sia la condizione nella quale ci si trova, per un cinquantenne il compito difficile è accettare quello che c’è anche quando non è esattamente come lo avevamo immaginato. L’esito di questo bilancio può essere motivo di una profonda tristezza e in taluni casi di un esordio depressivo.

Il corpo che invecchia

A 50 anni ci accorgiamo che il nostro corpo è profondamente cambiato nell’aspetto ma anche nel funzionamento e in molti casi è questa l’età in cui compaiono piccoli o grandi problemi di salute che prima non c’erano. La salute che scricchiola è forse, tra tutte, la cosa che più ci mette in contatto con il passare inesorabile del tempo e con il fatto che gli anni successivi non sono infiniti.
Questa presa di coscienza è la più difficile di tutte. Non è un caso che arrivino alla consultazione clinica sempre più donne e uomini sopra i cinquanta per via di un problema di salute, quasi sempre grave, che li mette seriamente (e comprensibilmente) in difficoltà. Il pensiero della malattia quasi mai ci sfiora prima dei 50, dopo impariamo a farci i conti ma ci vuole tempo e ci vuole soprattutto la consapevolezza e la fiducia che quello che abbiamo fatto non andrà perso.

Il senso della crisi dei 50 anni sembra dunque essere tutto legato alla possibilità di accettare il buono che abbiamo realizzato e perdonarci per quello che non siamo riusciti a fare. E’ un compito non facile, questo, che quasi sempre riattiva sentimenti e pensieri connessi con l’idea che abbiamo di noi, con la nostra capacità personale di accettarci e di volerci bene così come siamo.

La crisi di mezza età? Esiste, ma dopo si torna a sorridere

La felicità nella vita ha un andamento a U. Si parte con l’entusiasmo dei vent’anni, il punto più basso si tocca tra 45 e 55, dai sessanta si inizia a risalire la china

Se ci si volta indietro è inevitabile trovarsi a fare i conti con i rimpianti, ma anche guardare avanti non è affatto consolante. È la crisi di mezza età: la cattiva notizia è che esiste e riguarda tutti, quella buona che dopo può solo andare meglio. La felicità nella vita segue uno schema a ferro di cavallo: si parte con l’entusiasmo dei vent’anni, il punto più basso si tocca tra 45 e 55, dopo si inizia a risalire la china.

LA RICERCA

Arrivare alla soglia minima di soddisfazione di sé non ha molto a che fare con la realtà, ma con le aspettative deluse: il rimpianto per quel che non è stato colpisce senza distinzione uomini e donne, single o con figli, nemmeno carriera e reddito fanno troppa differenza. L’ultima conferma arriva dallo studio di tre ricercatori – Terence Cheng, Nattavudh Powdthavee e Andrew Oswald, delle università di Melbourne e Warwich e della London School of Economics – che hanno raccolto decine di migliaia di questionari sul benessere di persone tra i 20 e i 70 anni in Regno Unito, Australia e Germania. Gli scienziati si sono concentrati sul rapporto tra benessere e aspirazioni: a vent’anni siamo portati a immaginare un futuro luminoso. Non è solo colpa dell’ingenuità, anzi: è una sorta di meccanismo di protezione della specie. Il cervello elabora le informazioni tendendo a non ridimensionare le aspettative, anzi ci fa vedere il futuro più promettente della realtà. Insomma vivere in una stanza in affitto con un lavoretto per sbarcare il lunario mentre si frequenta l’università può renderci più felici che mai, anche perché siamo certi che prima o poi i nostri sforzi saranno ricompensati.

GLI ERRORI SPECIFICI

Purtroppo però siamo i peggiori consiglieri di noi stessi, come dimostra un’altra ricerca sul tema condotta da Hannes Schwandt, ricercatore a Princeton. Lo studio, durato dieci anni, ha analizzato sia il benessere delle persone in diversi momenti della loro vita, sia le loro aspettative: la ricerca condotta in Germania su oltre 23 mila persone si è conclusa con 132 mila errori specifici. Salute, lavoro, famiglia: sbagliamo quasi su tutto, proprio perché ci aspettiamo troppo. Nella ricerca psicologica è noto come nei primi anni della maturità si tenda anche a sottovalutare la possibilità di eventi negativi: ci si aspetta per esempio di avere una vita più sana rispetto alla media, allo stesso tempo si sottovalutano la probabilità di divorziare o perdere il lavoro.

Così la nostra percezione di benessere, al di là delle reali condizioni di vita, scivola fino a toccare il punto più basso quando ci troviamo a fare i conti con tutto quel che non è andato come pensavamo, con l’aggravante che non avremo mai più le stesse opportunità. Prendiamo per esempio il lavoro: che si sia raggiunta oppure no una buona posizione, non cambia niente. Passate le quaranta primavere, il benessere arriva ai minimi termini, che sia perché non abbiamo ottenuto il premio sperato o perché non sopportiamo più i colleghi in ufficio.

RISALIRE LA CHINA

Ma non tutto è perduto. La scienza ci consola provando che toccato il fondo non si può che risalire: la reazione emotiva alle occasioni mancate diminuisce con l’età, per questo gli anziani soffrono meno per quel che poteva essere e invece non è stato. Siamo più felici non perché la nostra vita migliora all’improvviso – anzi, sappiamo bene che non accadrà -, ma perché con il tempo impariamo a fare i conti con rimpianti e delusioni. La combinazione di accettare la propria vita per quel che è, sommata al non dannarsi più ripensando al passato, è quel che ci aiuta a risalire la china e ritrovare la felicità perduta. Se vi trovate nel punto più basso della parabola del benessere, potete stare allegri: le cose non possono che andare meglio di così.

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